Il polline riveste un ruolo fondamentale per la nutrizione della colonia delle api, condizionandone in gran parte la biologia: esso viene infatti impiegato nell’alimentazione delle larve e delle api nutrici e, oltre a contribuire al completamento dello sviluppo corporeo in generale, è determinante per lo sviluppo e la funzionalità di particolari organi, quali il corpo adiposo, le ovaie e soprattutto le ghiandole ipofaringee, che svolgono l’importante funzione di secernere la “gelatina reale”, nutrimento delle larve nei primi tre giorni di vita e della regina durante tutto il periodo della sua vita.
Indice
Come le Api Raccolgono Polline
Nonostante esistano diversi casi in cui polline e nettare sono raccolti contemporaneamente, fenomeno assai frequente negli apoidei sia solitari che sociali (bombi e Halictidi) che raccolgono il polline mescolandolo al nettare, e alimentando la larva con questa sorta di “pasta” – la raccolta del polline da parte delle api è affidata per lo più a bottinatrici specializzate e si svolge attraverso due fasi distinte, il cui risultato finale è la formazione, sulle zampe posteriori dell’ape, di pallottole
costituite da polline agglomerato con nettare o miele.
La prima fase consiste nella raccolta del polline dal fiore, effettuata con modalità diverse a seconda della forma del fiore stesso. Nel caso di piante anemofile, ad esempio, l’ape si arrampica lungo le infiorescenze e si attacca alle antere per mezzo dell’apparato boccale, mordendole e provocando così la fuoriuscita del polline, che aderisce agli stessi pezzi boccali, alla testa, ai peli delle zampe, ecc. Visitando fiori aperti, come Cistus, Papaver, ecc., l’ape si sposta avanti e indietro, attirando verso di sé le antere e imbrattandosi completamente di polline. Nel caso delle Leguminose l’ape, forzando la corolla per aprirsi un varco, libera le antere che depositano il polline sul suo corpo. Alcune piante presentano poi dispositivi particolari, come gli stami a bilanciere di Salvia, o il meccanismo a scatto del tubo staminale di Medicago, ecc.
Nella seconda fase l’ape, ricoperta di polline, abbandona il fiore e, mantenendosi in volo al di sopra di esso, comincia ad eseguire in rapida successione una complessa serie di movimenti che portano al confezionamento delle pallottole. Questa operazione è svolta principalmente dalle zampe, che sono munite di un sistema di setole e peli la cui disposizione consente di raccogliere e trattenere il polline. Il primo paio di zampe raccoglie, con le spazzole del tarso, il polline aderente all’apparato boccale, alla testa e al collo: questo polline, in parte già umettato nel corso della fase precedente, viene continuamente impastato con nettare raccolto sul fiore stesso o con miele rigurgitato dalla borsa melearia che l’ape ha riempito nell’alveare prima di iniziare il volo, diventando in tal modo atto ad essere agglomerato. In altri apoidei a questo scopo viene anche utilizzato l’olio che riveste la superficie del polline. Il secondo paio di zampe, sempre attraverso le spazzole tarsali, raccoglie il polline polverulento presente sul torace e lo mescola a quello umido che riceve dal primo paio. Il terzo paio, infine, raccoglie il polline dell’addome e lo unisce a quello umido che preleva dal secondo paio. A questo punto, mediante un rapido movimento di sfregamento delle zampe posteriori, il polline viene trasferito dalla spazzola tarsale di una zampa al “pettine”
dell’altra. Tale pettine, detto anche “rastrello”, è situato sul margine distale della tibia, ed è costituito da una serie di setole rigide che, passando tra le file di peli della spazzola, ne raccolgono il polline in una masserella compatta che cade poi su un piccolo lobo sottostante, detto “auricola”, formato dall’estremità prossimale del tarso. Successivamente l’ape flette l’articolazione tibiotarsale, nota come “pressa del polline”, e in tal modo il polline viene schiacciato e spinto in fuori nella “cestella”. Questa è costituita dalla faccia esterna, concava, della tibia, ed è munita lungo i margini di una serie di peli ricurvi che trattengono la masserella di polline, la quale è inoltre sostenuta da un pelo isolato, più lungo degli altri, situato nella parte centrale della cestella. Man mano che altro polline viene aggiunto, le pallottole si accrescono finché, raggiunte determinate dimensioni, sono portate in arnia: qui la bottinatrice se ne libera, staccandole con l’aiuto del secondo paio di zampe, mentre le giovani api dell’arnia provvedono a stiparle nelle celle dopo averle ancora umettate di miele.
In generale le api, una volta scelta una fioritura, continuano a bottinarla finché questa non è esaurita, o finché non ne compaiono altre maggiormente appetite. Le pallottole delle api sono formate pertanto da polline quasi sempre omogeneo e hanno colore, forma e consistenza particolari a seconda della specie visitata. D’altra parte può accadere che specie diverse diano luogo a pallottole di colore simile: molto comuni sono ad esempio le varie gradazioni di giallo. In questi casi il tipo di lucentezza e di grana, nonché la forma della pallottola, possono costituire elementi distintivi nel caso di pallottole miste, formate da due o anche tre-quattro pollini diversi, ma questo fenomeno riveste carattere di eccezionalità.
Per quanto riguarda la consistenza delle pallottole, si è constatato che in generale sono più friabili quelle provenienti da piante anemogame, e più tenaci quelle provenienti da piante entomogame; sono tuttavia note alcune eccezioni, come per esempio quella di Zea, che pur essendo anemogama dà luogo a pallottole piuttosto consistenti. In media il peso di una pallottola si aggira sui 7,5 mg: dopo ogni viaggio, quindi, un’ape porta in arnia circa 15 mg di polline.
Le api, se possono, raccolgono più scorte del loro reale fabbisogno. Questo fenomeno si verifica soprattutto nelle zone dove abbondano specie botaniche particolarmente pollinifere e porta come conseguenza a un maggiore sviluppo della covata e quindi a un aumento numerico della famiglia, che tenderà a sciamare; ciò è in gran parte dovuto all’istinto di ammassare scorte, in una sorta di azione precauzionale contro periodi di carestia.
Tra i fattori interni dell’alveare, quello che costituisce lo stimolo fondamentale per la raccolta è la presenza di covata disopercolata: colonie con covata più consistente raccolgono più polline rispetto ad altre con covata meno estesa; colonie orfane che hanno esaurito la covata cessano completamente la raccolta, riprendendola prontamente qualora vengano immessi nell’arnia telaini con covata disopercolata. In pratica, nel corso dell’anno, la curva ponderale di raccolta del polline segue l’andamento della deposizione: il ritmo di attività della regina è infatti più intenso in primavera, portando al massimo accrescimento della famiglia, rallenta in estate, giungendo addirittura a sospendersi e riprendendo entro certi limiti in autunno; la covata allevata in questo periodo è quella che origina le api destinate a passare l’inverno.
I fattori esterni principali sono rappresentati dalle condizioni biotiche (presenza e abbondanza di flora) ed abiotiche (clima). Per quanto riguarda le condizioni metereologiche è soprattutto importante la temperatura, che rappresenta il principale fattore limitante alla fine dell’inverno, in quanto al di sotto di 10°C non ha luogo nessuna raccolta da parte delle api, mentre altri apoidei (Osmia cornuta Latreille, Bombus spp., ecc.) possono bottinare a temperature inferiori a 10°C; altri pronubi invece (Lasioglossum, Andrena, ecc.) entrano in attività solo a temperature superiori a 15°C.
Le api ed ancor più gli altri apoidei preferiscono raccogliere polline su piante entomofile, con polline viscoso (presenza di grassi sulla superficie dei granuli pollinici). Le api domestiche non disdegnano pollini anemofili, talora raccolti in vistosi quantitativi (Quercus, Zea, ecc.) ma più spesso come raccolti occasionali o di ripiego (Pinus, Cupressus, Rumex, ecc.). Probabilmente è molto importante, nella scelta, il valore biologico del polline, che si riflette sullo stato fisiologico e sulla longevità delle api, e che non è uguale per tutti i pollini. Maurizio ha in proposito classificato tre gruppi di pollini: molto attivi, poco attivi e inattivi; questi ultimi, che in alcuni casi possono rivelarsi addirittura nocivi, comprendono la maggior parte dei pollini anemofili, che per l’appunto sono i meno appetiti dalle api.
Quali dei diversi componenti del polline siano responsabili del suo valore biologico più o meno elevato non è ancora del tutto noto. Un ruolo essenziale è giocato certamente dai costituenti protidici che sono presenti in misura del 15-30%. Questo può essere valido anche per le api solitarie, ad eccezione in parte di quelle oligolettiche che hanno instaurato uno stretto rapporto sinecologico ape-pianta, per cui sono legate a quel peculiare tipo di nutrimento. È probabile tuttavia che il contenuto protidico non sia l’unico fattore che determina il valore biologico del polline: in esso sono infatti presenti numerose vitamine, che secondo alcuni Autori rivestono un’importanza fondamentale, ed altre sostanze di natura chimica diversa, in parte sconosciuta, la cui funzione non è stata ancora individuata con precisione.
Va comunque precisato che solo raramente si hanno raccolti rigorosamente uniflorali: è probabile che la colonia necessiti di un regime dietetico sufficientemente vario perché sia raggiunto un determinato equilibrio di apporti nutritivi. Inoltre pare dimostrato che alcune malattie dell’alveare dipendano proprio dall’assenza nella dieta di qualche elemento fondamentale. Del resto è noto il fenomeno di pollini tendenzialmente tossici (Aesculus, Ranunculus, ecc.) che, se mescolati ad altri, restano in pratica innocui, mentre allo stato uniflorale possono provocare seri danni alle api. Negli altri apoidei, raccolti uniflorali, che si registrano ovviamente nel caso di insetti strettamente oligolettici, sono molto rari per quelli largamente oligolettici o addirittura polilettici.
Raccolta Polline
La raccolta del polline è effettuata costringendo le api ad attraversare un’apposita trappola, che stacca le pallottoline dalle loro cestelle di trasporto.
A questo proposito, occorre rilevare che nella lingua italiana non c’è un termine per indicare le pallottoline di polline trasportate dalle api e che vengono raccolte per uso commerciale. In inglese, invece c’è un nome specifico che è pollen load, letteralmente “carico di polline”, in quanto è la quantità di polline che un’ape riesce a trasportare su una zampa. Considerando che la struttura con cui le api trasportano il polline sulla zampa si chiama “curbicula”, viene proposto il termine curbiculette per indicare le singole pallottoline di polline.

Ordinariamente le api depositano il polline nei due favi adiacenti a quelli con la covata e intorno alla covata stessa, con una corona di 2÷3 cm. Se le chiazze di polline occupano anche parte dei favi centrali, destinati alla covata, è opportuno mettere in funzione le trappole per il polline: ciò gioverà anche al regolare sviluppo dell’alveare. Esistono diversi modelli di trappole, sia da applicare frontalmente che da installare sul fondo mobile dell’arnia; anche se non c’è la trappola ideale, questi ultimi modelli risultano più efficaci e arrecano minor danno alle api.
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Il polline raccolto deve essere asportato ogni sera, verso il tramonto del sole. Lasciandolo nel cassetto di raccolta da un giorno all’altro corre il rischio di assorbire l’umidità della notte e diventare molle; c’è anche la probabilità che inizi la fermentazione. Durante la notte, anche le formiche andrebbero a visitarlo.
Il problema maggiore che presenta il polline è quello della scarsa conservabilità, se non è opportunamente disidratato; per fare ciò sono disponibili forni di essiccazione, ad aria calda, con controllo termostatico della temperatura che deve essere inferiore a 40 °C. Il procedimento di deumidificazione a caldo, tuttavia, se non è ben controllata la temperatura, rischia di danneggiare il prodotto e provocare quello che è chiamato effetto pietra, con il polline insipido e poco gradevole da consumare. L’alternativa è l’utilizzo del deumidificatore a freddo, con flusso d’aria a temperatura inferiore a 30 °C; consente di ridurre al 5% il grado di umidità, senza il rischio di danneggiare il polline.
Il polline per essere conservato secco deve contenere non più del 4÷7% di umidità; non disponendo di strumenti appositi per tale controllo, si può controllare che non si ammassi facendo una pallina.
Risulta essere importante ricordare che il polline troppo umido può fermentare e ammuffire, con deterioramento irreversibile del prodotto che può diventare pericoloso per il consumo umano. Per l’utilizzo famigliare, è possibile orientarsi verso sistemi di facile esecuzione e tali, tuttavia, da offrire sufficienti garanzie di mantenimento delle caratteristiche originali del polline anche per tempi prolungati, come il congelamento. Il miele finemente cristallizzato dell’annata precedente e opportunamente conservato, miscelato al polline che si raccoglie nella primavera avanzata, quando il miele dell’anno non è ancora stato estratto, funge da ottimo ambiente per la conservazione; la miscela dovrà contenere non più del 5÷10% di polline; oltre queste percentuali rischierebbe di fermentare per l’elevato tasso di umidità. Tuttavia, la migliore modalità di conservazione del polline risulta il congelamento che, nella commercializzazione, comporta il mantenimento della catena del freddo nei diversi passaggi.
